domenica 21 maggio 2017

Grande persona, ieri a Napoli al 76a con noi...

Sabatino Catapano
OPG di Aversa - Due ricoveri all' Ospedale Psichiatrico Giudiziario

(nel 1962 e poi 1974)

Era il lontano 1960, quando fui arrestato con una pesante imputazione: “sequestro di persona e rapina a mano armata”. Mi rinchiusero nel carcere di Salerno. Ero innocente, oggi si dice: “estraneo agli addebiti”. Non credo che chi non ha vissuto questo barbaro sequestro si possa immaginare qual è il tormento, la paura, la rabbia, la ribellione.
Mi sentivo sempre straziato ed impotente rispetto alla macchinazione repressiva, mi sentivo come un gabbiano con le ali tarpate, mi sentivo impazzire. Nonostante il travaglio della sofferenza cercavo di essere lucido ed attento agli sviluppi del processo. Ardii dire al giudice istruttore di non fare “orecchie da mercante” e fui denunciato per oltraggio e condannato a quattro mesi di reclusione. Tentai la fuga ma, come succede spesso, qualcuno fece la spia e fummo presi. Tre mesi di isolamento in una tetra cella. Tra scioperi della fame ed autolesioni fui trasferito in quel di Benevento dove, in una protesta, ruppi un vetro per difendermi dalla violenza della squadretta (15, 20 secondini massacratori specializzati nei pestaggi). In quell’occasione mi pestarono, si trattennero dal mio libretto del c.c. una somma esosa per il risarcimento, mi legarono sul letto di forza e mi denunciarono, subendo una condanna di due mesi di carcere. Quel vetro lo pagai troppo salato.
Durante il periodo trascorso al carcere di Benevento, nel mese di Agosto del 1962 ci fu un terremoto. All’improvviso tutto traballava, una fottuta paura ci spinse illusoriamente a rifugiarci negli angoli della stanza, nel tentativo di salvare la pellaccia. Aspettavamo che venissero ad aprire i cancelli per poter essere portati al sicuro negli spazi aperti adibiti all’aria. Trascorse più di un’ora prima che i porci ci venissero ad aprire. lncominciammo subito una protesta e con le gavette facevamo un assordante rumore sbattendole contro le cancelle per costringere a tornare i secondini, che in primis scapparono, senza tenere conto delle vite dei detenuti, ingabbiati ed impossibilitati a fuggire. Il racconto di questo episodio serve a mettere in evidenza il non senso del valore della vita dei reclusi. In carcere non si perde solo la libertà, l’individuo che espia una condanna viene defraudato di qualsiasi diritto, anche quello alla vita. Prevale sempre la cultura dell’annientamento.
Poi fui di nuovo trasferito a Poggioreale dopo aver ingoiato un chiodo di 7 cm, e di seguito spedito ad Aversa. Questo fu il periodo più drammatico di quella detenzione. Varcata la soglia del manicomio, di prassi, tanto per darti il “benvenuto”, ti espropriano di tutte le tue cose relegandoti al padiglione 40 reparto agitati dove ti fanno denudare per farti indossare la camicia da recluso (quelle famose a strisce) ed incominciano a cucire le fascette ai polsi ed alle caviglie. Così conciato ti fanno distendere sul letto di contenzione legandoti polsi e caviglie alla struttura del letto fissato nel pavimento. Restai legato per quindici lunghi giorni. Nei primi tre o quattro giorni un dolore lancinante ai reni mi faceva un male da morire facendomi piangere. Cercavo comprensione ma i miei lamenti lasciavano indifferenti i secondini in servizio. I cani da guardia erano imperturbabili, nulla li faceva emozionare e sulle loro facce potevi leggere solo un ghigno di sadico piacere, quella gentaglia poteva così scaricare tutta la sua violenza, tutte le sue frustrazioni. Capii subito l’atmosfera e cercai di controllare il dolore e la rabbia perché, qualunque cosa dicevi, poteva essere un motivo per subire violenza. Imparai subito la lezione.
Vicino a me c’erano altri legati, in quello stanzone c’erano dieci letti occupati tutti i giorni. Fra tutti, due vivevano la situazione più tragica. C’era uno di Misterbianco, in provincia di Catania, prosciolto per “incapacità di intendere e volere” ed internato per sei mesi (ma erano cinque anni tutti interi che era legato). L’unica sua “colpa” era quella nenia lacerante fatta di rabbia ed impotenza, espressa con le testuali parole: “tutti sciecco, tutti porci vai chiamare” . Lo diceva in dialetto che significa: “tutti asini, tutti porci vi devo chiamare”. Per me sentire quel tormento era una sofferenza indicibile ma nulla si poteva fare per dargli aiuto, come nulla potei fare in un altro caso ancora più drammatico che vi descriverò in modo più dettagliato.
Il secondo, il mio vicino diletto, era un “grande invalido di guerra decorato con la medaglia d’argento al valore militare”. Durante la Seconda Guerra Mondiale era imbarcato su un sommergibile che fu affondato. Lui, unico superstite, fu salvato dopo qualche giorno. Dissero che era “schizofrenico” e per di più tubercolotico, per questo percepiva una pensione e dato che aveva un tutore non gli permettevano le cose che desiderava. Avrebbe voluto comprarsi un po’ di caramelle e qualche cioccolata, gridava in continuazione chiedendo lo spesino (chiamavamo così l’internato addetto alle cose che potevamo comprare) e le sue grida erano un lamento lacerante. Tra i tanti secondini in servizio nel reparto agitati due erano più bestie degli altri e gli riservavano un trattamento speciale di tortura: uno con una faccia di merda, con un’espressione di piacere, lo colpiva sulle ginocchia con le chiavi, quelle grandi, che usavano per chiudere i cancelli.., erano grida di dolore.., ed erano grida di dolore anche con l’altro secondino che con un ghigno di cattiveria lo colpiva con il bastone della scopa sulle dita dei piedi. Era uno spettacolo orrendo che non volevi vedere e tuo malgrado dovevi assistere. L’odio che sentivo verso quella gentaglia era incommensurabile, la rabbia saliva, sarei dovuto intervenire ma il terrore di subire lo stesso trattamento mi bloccava e non restava altro che girare lo sguardo dall’altra parte. Ma se gli occhi non vedevano, le orecchie sentivano le grida strazianti di dolore, quelle grida mi penetravano nel cervello, mi facevano molto più male dell’essere legato, della sofferenza fisica che pativo. Ed i giorni erano tutti uguali, sempre le stesse scene, non avrei assolutamente immaginato che quella tortura durasse quindici giorni.., sì, tanto restai in quelle disumane condizioni.
Come prassi, ogni mercoledì della settimana in reparto arrivava uno psichiatra per decidere chi doveva esser slegato. I mercoledì si aspettavano con ansia e trepidazione, si pensava sempre che era il proprio turno, la delusione era cocente se rimanevi legato, durava qualche giorno poi, se non volevi impazzire, ti aggrappavi alla speranza che il mercoledì successivo fosse quello buono. Durante quei giorni era un continuo chiedersi quando passerà il tempo, e sempre con molta attenzione sentivo lo scandire delle campane che segnavano le ore. Ogni quindici minuti, la cadenza dei suoni dei battiti delle campane avveniva in questo modo: una campana scandiva le ore, un battito un’ora e così di seguito, un battito era l’una, due battiti le due, e così via, e questo si ripeteva ogni ora. L’altro battito divideva l’ora in quattro ed ogni quindici minuti un colpo, che ogni quindici minuti diventavano due, tre, al quarto si completava l’ora e poi l’orologio ricominciava. Lo stato d’animo che vivevo nello scorrere delle ore era di sospiro e di sofferenza, quando sentivo i battiti era un sollievo, poi si ricadeva subito nell’ansia dell’attesa per i quindici minuti che dovevano trascorrere per i prossimi rintocchi. Così passavano le ore, così passavano i giorni ed io aspettavo il mercoledì della settimana seguente.
Lo stress era lacerante, feci presto a capire che lì potevi restarci quanto loro volevano, ed allora dovevi valutare bene quel che facevi. Il paradosso era che le decisioni del medico dipendevano esclusivamente dal rapporto che i secondini riferivano, nulla contavano le tue condizioni psicofisiche. A dire il vero eri alla mercé dei secondini, se davi fastidio facendo molte domande ti tenevano legato come punizione. Sinceramente su quelle facce non ho mai visto un’espressione umana, ma la cosa più umiliante rimane in assoluto una pratica che violenta l’intimità. Per chi non conoscesse il letto di forza spiegherò la sua struttura per dare un’idea delle sue funzioni: un letto tutto in ferro fissato nel pavimento con su un pagliericcio fatto di crine, al centro un buco ricoperto con vilpelle. Una volta legato, nei primi tre o quattro giorni l’intestino si blocca, ma quando si regolarizza inizi a fare la piscia e a defecare, a quel punto viene lo “scopino” per portare via gli escrementi, ma prima ti fa il bidet. Lui arriva con il secchio pieno di acqua fredda, ti scopre per lavarti con un pezzo di spugna palle, pesce e culo, ti ricopre e porta via la merda e una volta ripulito il bugliolo lo rimette al suo posto. La piscia non viene rimossa subito così la puzza nauseante delle urine la senti continuamente, e credetemi, è davvero puzzolente.
L’istinto della sopravvivenza non ti fa uscire “fuori” di testa ma le violenze, le umiliazioni sono cruente, cocenti, e questa prassi è generalizzata : non occorre essere “agitato” per essere legato e subire quel trattamento ed il loro “benvenuto”. Cosa strana però che in teoria si sosteneva, ed il direttore dell’O.p.g. di Aversa era uno di quelli che affermavano che si doveva praticare la coercizione dell’uso del letto di contenzione solo in casi di “pericolosa agitazione” e si doveva subito slegare appena uno si placava, cazzo che differenza tra la loro teoria e l’applicazione della pratica! Ufficialmente le loro teorie erano finalizzate a diffondere la pratica psichiatrica, umanizzata, terapeutica, ma all’interno delle mura quotidianamente succedeva di subire violenze psicofisiche gratuite, umiliazioni atroci, abusi e quant’altro di sadico che l’umano frustrato può pensare. Subire tutto questo durante una carcerazione preventiva, durata due anni, tre mesi ed 11 giorni, per poi essere assolto per insufficienza di prove è davvero traumatizzante e lesivo per la dignità umana. Mi sentivo in gabbia con una fottuta paura che anche al processo poteva andare male, e al solo pensiero di una condanna rabbrividivo. Per quella specie di reato di cui ero accusato sicuramente mi avrebbero affibbiato tanti anni ma nonostante tutto, la volontà, la forza di gridare la mia estraneità ai fatti addebitatemi era tanta, tanta piena di odio, di rabbia che niente mi poteva fermare.
Questa esperienza così aberrante vissuta sulla pelle mi ha aperto gli occhi su tantissime cose. Ho imparato a guardarmi attorno, ad essere un attento osservatore, a scrutare lo sguardo di chi mi è di fronte, a cercare di capire non solo per salvaguardare la pellaccia, ma per intuire in che situazione mi trovo e potere avere subito una risposta a qualsiasi forma coercitiva che si vuole esercitare contro di me o a carpire uno sguardo luminoso carico di infinita umanità. L’odio e la rabbia erano tantissimi, ma quei tre mesi trascorsi al manicomio furono tremendi, dovevi stare molto attento e la paura era veramente tanta in quanto il potere dei secondini era infinito. Loro relazionavano sul tuo comportamento e lo psichiatra decideva. La sua diagnosi poteva anche prolungare il tuo soggiorno o addirittura sospendere la detenzione, e con l’applicazione della stecca ti sospendeva il giudizio e tutto il tempo che poi trascorrevi in manicomio non era più calcolato come periodo della detenzione. Questo fatto era davvero traumatizzante come forma di ricatto per creare paura, poterti annientare psicologicamente e chiuderti la bocca.
Tutto questo succede quando non sei seguito da familiari, avvocati e compagni, ma se capiscono che dietro di te c’è qualcuno, il loro atteggiamento cambia radicalmente e cercano anche loro di toglierti dalle palle per non avere fastidio. La loro grande preoccupazione è sempre quella di non correre il rischio che le cose interne escano oltre il muro, così tutto possono occultare. Chi mette in pericolo questo concetto corporativo e omertoso deve essere spedito subito al carcere perché per loro sei una rogna.
Un po’ prima che finissero i tre mesi (questo è il periodo massimo dell’osservazione psichiatrica) ti convoca uno dei medici ed è lui che stabilisce, dopo averti sottoposto ai test, che sono scarabocchi imbrattati su dei fogli di cartoncino, e ti domanda cosa ravvedi in quei disegni, se così si possono definire. Anche allora mi preoccupai molto, non mi avvilii, sicuro che quello era il momento di poter essere rimandato in carcere oppure di restare ancora in quella struttura immonda e disumana. lncominciai attentamente ad osservare, non riuscivo a decifrare un cazzo, capivo che non sarebbe stata sufficiente una simile risposta, incominciai a pensare che dovevo salvarmi il culo e cercai di descrivere cosa riuscivo ad interpretare, pensando di dare la risposta più attendibile, localizzando anche l’esatto punto di ciò che riuscivo a vedere e descrivere, dovevo a tutti i costi dare delle risposte che avrebbero dato un senso per sfuggire da quella situazione. Riuscii a nascondere bene la mia “pazzia” dando l’impressione che psicologicamente dimostravo di essere nella loro “logica”. Terminato questo test ritornai nella cella e dopo qualche giorno fui trasferito al carcere di Avellino dove restai fino all’inizio del processo che si svolse alla corte d’assisi di Salerno. L’epilogo di questa storia di merda si concluse con la mia assoluzione con formula dubitativa. L’importante era tornare “libero”, libero in questa società di avvoltoi che tutto ti toglie e tutto devi combattere per non essere omologato nella loro cultura di repressione, di annientamento e morte.
Un altro periodo in cui mi spedirono in manicomio fu nel 1974. Per altri due mesi dovetti sopravvivere in quell’inferno, dove non potevi parlare con nessuno anche se avevi tanta voglia di farlo, I giorni erano tutti uguali, monotoni, l’apatia era dominante e dopo dodici anni niente era cambiato. Per dare l’idea di come il potere ha tutte le facoltà per distruggerti racconterà quest’altra disumana esperienza. Al carcere di Perugia, dove conobbi due compagni anarchici, uno dei quali era Horst Fantazzini, fui uno degli organizzatori dello sciopero del lavoro. Per questo fui trasferito ad Aversa, nel giro di un mese feci tante traduzioni e visitai altre carceri, Pisa, San Gimignano, da dove mi impacchettarono per Aversa. La cosa assurda è il motivo del trasferimento al manicomio. Arrivato a San Gimignano, il giorno dopo fui convocato dal direttore che mi chiese cosa volevo. Nell’entrare nell’ufficio dove lui dava udienza, alle 17 - l’ora in cui mi ricevette -, pensavo che a quell’ora si dovesse salutare con un “Buona sera”, così feci ma la risposta arrogante di quell’essere fu “Buongiorno” ed allora capii subito dove mi trovavo pensando tra me: “a rò u buò, a la to do”, che significa: “da dove lo vuoi da lì te lo do”. Assunsi un atteggiamento di sfida ed alla sua domanda : “Cosa vuole?’ feci le mie richieste: il diritto alle telefonate ed all’acquisto dei giornali, “Umanità Nova” e “Lotta Continua”, un settimanale ed un quotidiano. La risposta fu di assoluto rifiuto per entrambe le cose. Il direttore con lo sguardo abbassato sulla scrivania (dove in evidenza c’era la cartella biografica con su scritto in rosso “grande sorveglianza”) mi negava tutto nonostante le disposizioni ministeriali che stabilivano che tutta la stampa legalmente registrata poteva essere letta e che una volta a settimana si poteva telefonare ai familiari. Il direttore continuava a dire che lì, in quel carcere, non era concesso. Alla mia risposta che se sarei stato vicino a casa avrei potuto usufruire dei colloqui (pertanto non avrei avuto il bisogno di telefonare) il direttore di ripicca disse:” Vorrebbe stare vicino a casa?” ed io risposi: “Se è possibile mi fa piacere”, così fu la mattina dopo: trasferito ad Aversa. Più vicino a casa sì, ma al manicomio.
Come già ho raccontato, avevo vissuto già l’altra esperienza nel 1962, sapevo cosa mi aspettava. lncominciai a pensare come potevo trovare un modo per informare mia moglie per sollecitarla a venire al colloquio il più presto possibile. Approfittai che la mattina ci fu un diverbio tra il capo-scorta per la traduzione ed il maresciallo dei secondini perché, quando mi domandarono se sapevo dove mi trasferivano, incredulo dissi: “Non lo so”, ed in quel preciso istante scoppiò la discussione. In ogni modo, considerata l’atmosfera che si era creata durante il viaggio, parlai con i carabinieri spiegando loro del perché ero stato trasferito, chiedendo se era possibile avvisare mia moglie di venire subito al colloquio per evitare di subire il trattamento di prassi dal momento che sarei arrivato in quell’inferno dei vivi. Vuoi che erano arrabbiati con la custodia, vuoi perché durante la traduzione stavo tenendo un atteggiamento tranquillissimo, si convinsero e durante la sosta per la pipì a Capua, mi fecero telefonare. Fu così che evitai di restare legato al letto di contenzione per molti giorni. Spiegai a mia moglie di venire insieme a qualche compagno/a di Napoli che avevo conosciuto a Poggioreale e di insistere a vedermi, anche se loro avessero detto che non era possibile, perché spesso così facevano, questo era uno dei tanti modi per punirti, calpestando anche il diritto all’affettuosità.
In ogni modo tutto si svolse come avevo previsto: appena giunto ad Aversa nell’ufficio matricola, dopo avermi registrato, mi portarono dritto al padiglione 40 reparto agitati e mi legarono. Restai in quella condizione per soli tre giorni che furono in ogni modo bestiali sia per le condizioni ed il trattamento che subivo, sia per le cose che vidi, cose che vi devo raccontare per rendere chiara l’idea di cosa vuoi dire essere spediti in manicomio. Ero già legato da un giorno, la sera dopo irruppero nello stanzone un branco di cani famelici, fra cui pure il medico di guardia, strapparono letteralmente gli indumenti di un malcapitato, senza dargli neppure il tempo di denudarsi come in genere usavano fare, una visione da volta stomaco di inaudita violenza dove non potevi neanche intervenire. Quanta rabbia ho dovuto amaramente ingoiare di fronte ai tanti spettacoli che vidi. Orrore, paura, rabbia, ribellione, tutto dovevi soffocare per non subire ritorsioni spietate. Molto spesso non era la violenza fisica che ti spaventava ma le condizioni in cui ti trovavi davvero da impazzire. psicologicamente, la procedura dell’essere legato ve la dovrò descrivere minuziosamente. Ti portano al reparto agitati, anche se sei calmissimo, ti espropriano di tutte le tue cose, ti lasciano spogliare nudo, ti fanno indossare una camicia a strisce ed incominciano a cucire le fascette ai polsi poi ti fanno distendere sul letto per cucire quelle che applicano alle caviglie ed iniziano a legarti alla struttura in ferro del letto. Ti immobilizzano le gambe, prima di immobilizzarti le braccia ti passano la fiorentina (non so perché viene definita così) sotto le ascelle e ti legano braccia e spalle. Tutta questa operazione conviene subirla con assoluta calma, ogni cosa può essere un motivo per fare scatenare tutta la loro bestialità. Se ti muovi troppo, perché vorresti rifiutare quel trattamento, peggiora la situazione ed allora ti tendono, ti allungano. La fiorentina serve a questo, più la tendono più non puoi muoverti. Se neppure quella basta ti bloccano con un’altra fascia sul torace ed in tante occasioni anche una sulla pancia... in quelle condizioni sei fottuto. Personalmente non ho subito queste “cure” perché sono sempre riuscito ad avere un senso di autocontrollo in quelle circostanze, ma ciò non ha impedito che i miei occhi vedessero tanta malvagità, tanto sadismo, tanto orrore. Era degradante ed umiliante al tempo stesso quando, costretto a defecare ed urinare in quella condizione, era abitudine chiamare per fare pulire il bugliolo, arrivava lo scopino con un secchio d’acqua fredda ed un pezzo di spugna ricavato da un vecchio materasso, ti scopriva per farti il bidet e con quella spugna lavava palle, pesce e culo a tutti! Figuratevi ... l’igiene se ne andava a puttane!
Ad Aversa c’era e c’è ancora una sezione, “la staccata”. Solo a nominarla si rabbrividiva. Correvano tante voci di tanti misfatti e tante morti che ci sono state. Lì venivano trattenuti i lungo-degenti, lì praticavano l’elettroshock, lì ti riempivano di psicofarmaci (all’epoca andava di moda la Scopolamina che ti rincoglioniva). Quando si parlava della staccata se ne parlava con paura. Una volta sola mi portarono per fare l’elettroencefalogramma. C’era un’atmosfera tetra, oppressiva, disumana. L’annientamento era totale, mi sentivo circondato da marionette, solo i corpi ti davano un senso umano ma le espressioni, variegate da soggetto a soggetto, erano tutte smorte, senza luminosità. Il trattamento per annullarti era totale. Per tutte le angherie applicate, per gli abusi, per alcune morti, alla fine degli anni settanta ci fu un’indagine giudiziaria ed il direttore, Dott. Ragozzini, con il maresciallo e diversi secondini, furono condannati. Tutti erano a “piede libero”, tra questi il direttore fu condannato a quattro anni di reclusione ed il giorno dopo la sentenza lo trovarono impiccato appeso al balcone del suo ufficio all’interno del manicomio. La vergogna delle sue responsabilità, delle sue complicità anche con famosi camorristi lo portò al suicidio. In un mondo di merda, uno stronzo in meno. Ma la puzza rimane sempre la stessa, la puzza putrida del potere.
Il secondo episodio che devo narrare è la dimostrazione di come l’elettroshock e gli psicofarmaci vengono usati per l’annientamento totale dell’individuo. Tutti sappiamo che qualsiasi forma di rifiuto, contestazione, ribellione, viene sistematicamente repressa. Gli organi predisposti a questo compito sono militarmente equipaggiati e feroci nella esecuzione, tante volte sono anche assassini. La funzione delle strutture di sequestro coatto ha uno scopo aberrante, quello di ricattare con la tortura psicofisica. Il nocciolo dell’esempio da raccontarvi consiste in questo caso che dettaglierò nei particolari. Fui chiamato per il colloquio, entrando nella stanza per incontrare la mia compagna ed i miei figlioletti (all’epoca erano piccoli), mi trovai seduto accanto ad un internato che era “ospite” della famigerata sezione la staccata. Per lui c’era sua madre che non lo vedeva da anni e suo fratello, emigrato in Germania, che era impossibilitato a seguirlo. Quel giorno vennero, ed io e la mia famiglia ci trovammo di fronte ad una situazione direi raccapricciante. C’era il fratello che con il sorriso sulle labbra gli offriva una cioccolata e lui con uno sguardo smarrito, tutto impaurito, terrorizzato e tremolante si ritraeva senza riuscire neanche a parlare. Incredulo osservavo come abitudine l’ambiente dove mi trovavo e decisi di parlare con i suoi spiegandogli qual’era la causa dell’atteggiamento del loro familiare e del trattamento a cui era sottoposto, sollecitandoli ad interessarsi affinché il fratello non diventasse una larva umana. Gli suggerii di farsi ricevere dal direttore per chiedergli spiegazione delle condizioni di suo fratello e di rivolgersi ad un avvocato per tirarlo fuori da quell’inferno. Gli detti il recapito e mi rivolsi verso i miei per coccolare i miei bambini e parlare un po’ con mia moglie. Anche loro rimasero scossi da quella scena di orrore. Alla fine nel salutarli, sollecitai di nuovo e raccomandai di non dimenticarsi di quanto gli avevo suggerito. Andai via dando un bacio ai bimbi e a mia moglie. Come abitudine, ogni settimana mia moglie veniva al colloquio, ed io aspettavo con ansia quel giorno. Ovviamente non pensai più a quell’incontro, anzi credevo di non rivedere più quelle persone. Invece al prossimo colloquio ci incontrammo di nuovo e la situazione della settimana precedente era del tutto capovolta. L’internato non era più intontito, apatico, estraneo, in sette giorni le cose erano cambiate radicalmente ed allora ritenni opportuno intervenire per domandare se si era interessato del fratello. In me stesso ne ero sicuro, mi rispose di si ed allora gli feci notare il grande cambiamento e lui non sapeva più come ringraziarmi. All’improvviso il 14 agosto, mi chiamarono perché dovevo essere trasferito di nuovo a San Gimignano ma quello fu un trasferimento punitivo, mai nei giorni prefestivi si facevano traduzioni in quanto, in occasione delle festività, c’era da fare il colloquio, In questa piccola cosa si può valutare la loro cattiveria. In ogni modo c’era un prezzo da pagare, di quella storia non ho saputo più niente ma ho sempre pensato con convinzione che quell’uomo è riuscito a salvare il fratello.
Se la favola ha una morale, la morale di questa favola è la denuncia forte, critica, radicale contro ogni forma di coercizione e di annientamento che i servi del potere esercitano con brutalità spietata e disumana. Quando si parla di manicomio, si parla di psichiatria e in questo campo i servi in primis sono gli psichiatri che con le loro teorie parascientifiche sono al servizio dei potenti, perché, guarda caso, in manicomio finiscono sempre gli emarginati, i perseguitati, i ribelli. Il sistema difende e giustifica se stesso e gratifica chi senza un minimo di dignità sottostà alle sue imposizioni e con riverenza gli lecca le palle pur di sopravvivere, rinnegando il diritto alla intensità della vita.

fonte: www.nopazzia.it

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martedì 16 maggio 2017

20 Maggio CAMAP al 76A di Napoli

Allo Spazio Anarchico 76a di Napoli (Via Ventaglieri 76a, Quartiere Montesanto)

dalle 20 presentazione del libro La Critica Psichiatrica di Gabriele Crimella ed incontro con il Collettivo Antipsichiatrico Camuno.
Nella serata che vi proponiamo sarà presente un momento di presentazione del nostro Collettivo, di quali sono i nostri obiettivi, delle basi teoriche da cui partono le nostre critiche (principalmente l’opera di Szasz e Foucault) e delle nostre produzioni artistiche (libri, dischi, fanzine, ecc.). Sarà presente alla serata anche chi ha subito in prima persona gli abusi del sistema psichiatrico, donandoci la testimonianza di uno spaccato di quella che è considerata medicina, ma in realtà è oppressione.

The Moorays (Cagliari)
Bomba ad orologeria con membri di Tear me Down, Hangee V, Temporal Sluts, vengono da Cagliari ed è già garanzia, emettono un garage punk allo stesso tempo filologico e iconoclasta. Le vostre chiappe sono avvisate, ci sarà da sudare

Atri Dead Star Selecters (Nowhere)
Orfani e senza casa, la gang gira per la città in preda alla devastante sete di birra, sangue fresco e "ancora un altro concerto e poi basta". Vinile in fiamme.


 ...VISTO DA VICINO NESSUNO E' PSICHIATRICO...

domenica 7 maggio 2017

La Legge 180 ed il problema della sofferenza psichica. Intervista a Giorgio Antonucci


Professor Antonucci, qual è, a tutt’oggi, lo stato di attuazione della legge 180?
A parte qualche singolo caso eccezionale, non viene attuato quello che intendeva Franco Basaglia, ma si continua un lavoro che evidentemente Basaglia non approverebbe: interventi autoritari, prendere le persone con la forza e portarle in cliniche psichiatriche, che sono la continuazione del manicomio. Il manicomio nasce dall’intervento autoritario: prendo una persona contro la sua volontà, poi la sottopongo ad una serie di interventi obbligati che sono l’essenza del manicomio.

Come operava Basaglia?
Avendo lavorato con lui, vi dico quello che si faceva, che è molto più importante di affermazioni teoriche, aveva fatto scrivere sui muri dell’istituto di Gorizia e dell’istituto di Trieste “Noi liberiamo le persone, voi continuate ad internarle”. Essere contro il manicomio significa liberare le persone che sono state per anni rinchiuse, ridotte in solitudine e non ascoltate, ma vuol dire anche pensare di non continuare a trattare le persone come oggetti da riparare, e che non si debba intervenire con la forza. Si deve intervenire tenendo conto della volontà della persona. Anche perché siamo operatori della salute, non siamo controllori sociali.

Per quanto riguarda l’aspetto terapeutico qual è la posizione sua e quella di Basaglia?
E’ molto semplice a dirsi: poiché si lavorava in manicomio o con persone che rischiavano di finire in manicomio, il nostro approccio consiste nell’avere un rapporto diretto con la persona e ragionare sui problemi. Basaglia dice esplicitamente che non ci sono persone sagge e persone folli, la contraddizione tra la razionalità e l’irrazionalità riguarda tutti, per cui le persone con cui si ha a che fare sono persone che hanno problemi da affrontrare e bisogna discuterli e questi problemi non sono individuali, nel senso che appartengono alla singola persona isolata, ma sono problemi di rapporto dell’individuo con la società. Se ci sono i manicomi è anche perchè la società è una società di ingiustizie.

Il fatto che oggi stia prevalendo la psichiatria farmacologia la dice lunga…
Grandi studiosi tra cui Thomas Szatz e Peter Bregin dicono che gli psicofarmaci sono un sistema per rendere le persone più stordite, non aiutano per niente a risolvere i problemi. Gli psicofarmaci non servono a niente e sono dannosi, al sistema nervoso, procurano il morbo di Parkinson in persone giovani, di vent’anni. Gli psicofarmaci danneggiano il fegato, i polmoni, i reni. A parte i danni non servono a niente: il problema che ci riguarda è un problema esistenziale non clinico: per Basaglia, ciascuno di noi può trovarsi in un momento in cui non riesce a conciliare le proprie esigenze con la realtà. D’altra parte prima di Basaglia e prima di Szats, l’ha detto Freud. Freud era un grande neurologo e conosceva le malattie dovute a lesioni al cervello, ma per quanto riguarda i problemi psichiatrici Freud disse “Ho smesso di fare il neurologo ed ho cominciato a fare il biografo”. Agli psicanalisti americani che lo interpellavano per sapere se per occuparsi di questi problemi psicologici fosse necessario essere medici, Freud rispose di no. Freud distingueva chiaramente la malattie del cervello che sono il morbo di Alzheimer, il Parkinson, il tumore cerebrale, la sclerosi laterale amiotrofica, malattie del cervello con oggettività biologica. Ma dire che un omosessuale è un malato di mente non è un discorso medico o biologico ma è un discorso di valutazione dei comportamenti.

Malgrado queste grandi acquisizioni culturali ed antropologiche di cui lei è stato protagonista e partecipe, nel 2008 in Italia prevalgono una psichiatria farmacologia ed una psicoterapia di stato.
In questo stato di cose non c’è una formazione adeguata. Basaglia non fu mai accettato dalle università. Il problema è che le università insegnano la psichiatria, insegnano appunto il concetto falso di malattia mentale non quello di cui abbiamo parlato finora, insegnano a fare i controllori sociali ed a considerare quelli che entrano in conflitto con i costumi e con la società come difettosi biologicamente invece che come persone che sono entrate in una dialettica di contrasto con certi problemi. Freud era allievo di Charcot a Parigi. Charcot all’università dove insegnava mostrava le famigerate donne isteriche dell’Ospedale “La Salpetriere” di cui era responsabile. Diceva agli studenti “queste donne probabilmente hanno un difetto nervoso”, poi a Freud ed agli allievi intimi, in privato, anche per evitare guai con le autorità, diceva: “la cosa è la sessualità”, il problema è il conflitto della sessualità femminile con l’arretratezza dei costumi. Su questo concetto Freud ha fondato la psicoanalisi. Molti non lo sanno. Gli è stato suggerito in questo modo da Charcot che era il più grande neurologo del tempo in Europa. Oggi si continua a fare un discorso che non è reale. Nel manicomio e nelle cliniche psichiatriche ci vanno a finire persone che hanno conflitti con sé stessi e con la società, conflitti che vanno relazionati, come già ha detto Freud, come dice Thomas Szatz, e come dice lo stesso Basaglia, e risolti. Si tratta di un problema di dialettica, in senso socratico ed hegeliano, vale a dire di sviluppo della persona nel quadro delle relazioni, non di medicina.

Quali sono le implicazioni per la formazione degli psicoterapeuti?
Per quanto riguarda la formazione bisogna smettere di fare un discorso pseudo medico e fare invece un discorso di analisi delle contraddizioni sociali. Se si pensa che il Ministero ha approvato psicofarmaci per i bambini cosiddetti “iperattivi” e che c’è una casistica negli stati uniti di casi di intossicazione e decessi a seguito della loro somministrazione, e se si pensa che il ministero approva l’uso dell’elettrochoc, a questi livelli c’è poco da sperare.

intervista di Raffaele Cascone - fonte:http://www.ilcappellaiomatto.org

martedì 2 maggio 2017

GIOVEDI’ 4 MAGGIO - Firenze


Correnti di Guerra: Psichiatria militare e faradizzazione nella prima guerra mondiale

Occupazione Via del Leone, Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud & Osservatorio Antipro presentano:
h. 18.30
Presentazione dell’opuscolo “CORRENTI di GUERRA. Psichiatria militare e faradizzazione durante la Prima guerra mondiale.” a cura dell’autore Marco Rossi .

Saranno presenti al dibattito il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud e l’osservatorio Antiproibizionista-Canapisa Crew, oltrechè il giornalista Alessandro de Pascale (autore di svariati libri inchiesta tra cui l’ultimo “La guerra con la droga” in uscita per Castelvecchi ad Agosto 2017)
 

INIZIATIVA IN RICORDO DI SANDRO CAPPANNINI, 6 MAGGIO A ROMA


Sabato 6 maggio 2017 a Roma, ci sarà una iniziativa in ricordo di
 Sandro Cappannini (morto nel dicembre 2016, creatore del sito internet
 " www.nopazzia.it [1] " di informazione critica alla psichiatria),
 presso la libreria Anomalia (che fu' anche sede del Telefono Viola
 negli anni '90, di cui Sandro faceva parte e successivamente di un
 gruppo di auto-mutuo aiuto, gestito dallo stesso Sandro C.),

 Sandro Cappannini, portava avanti la critica alla Psichiatria,
 perché :

 -Fondata su una teoria,mai dimostrata, che la "malattia mentale" é
 causata da un difetto nel cervello (produzione e trasmissione dei
 neurotrasmettitori). Solo che non esiste alcun tipo di analisi
 strumentale (elettroencefalogramma, TAC, analisi del sangue o altro)
 che possa rilevare una malattia mentale,questo presunto "difetto". La
 diagnosi di una malattia mentale é effettuata, da un* psichiatra,
 solamente attraverso la osservazione dei comportamenti (nelle azioni e
 nelle parole) di una persona e dal "giuidizio" (personale) che viene
 dato su di essi (che é influenzato anche della cultura del tempo,
 tantevvero che fino ai primi anni '70, la omosessualità era era
 considerata una malattia mentale, ed era riportata nel DSM
 (pubblicazione in cui vengono elencate tutte le malattie mentali con i
 loro sintomi,  edita dalla Associazione  Psichiatrica Americana ed
 adottato come manuale diagnostico dagli psichiatri in tutto il mondo).

 -Gli Psicofarmaci usati per "curare" le "malattia mentali", hanno
 gravi effetti collaterali (basta leggere i foglietti illustrativi, i
 "bugiardini" ), debilitano la persona sia sul piano fisico  che su
 quello intellettuale,  provocano, sono causa di vere e proprie
 malattie iatrogene e vengono dati, generalmente, "a vita", per
 moltissimi anni.
 Gli psicofarmaci non "curano", ma vengono  usati perché fanno sparire
 i "sintomi", allo stesso modo per cui, in passato,  veniva usata la
 Lobotomia (ad Egas Moniz_, _inventore della stessa, nel 1949 fu dato
 il Premio Nobel per la Medicina).

 -Usa lo strumento del TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) per
 obbligare l'assunzione di psicofarmaci una persona che non li vuole
 prendere.

 QUÌ DI SEGUITO IL PROGRAMMA SABATO 6 MAGGIO ore16, presso la
 libreria Anomalia (via dei Campani 73 a San Lorenzo, Roma)
 INIZIATIVA IN RICORDO DI SANDRO CAPPANNINI (creatore del sito internet
 " www.nopazzia.it [1] " di informazione critica alla psichiatria)

 -Proiezione video-interviste a :
 -Sandro Cappannini
 -Giorgio Antonucci (medico,  psicanalista, collaboratore di Franco
 Basagllia, antipsichiatra).

 -Lettura di scritti di Sandro Cappannini.
 -Presentazione dei contenuti del sito "nopazzia".
 -Interventi liberi e Dibattito.

 amici e compagni di Sandro


http://www.nopazzia.it

mercoledì 26 aprile 2017

MILANO VENERDì 28 APRILE

AMBULATORIO MEDICO POPOLARE in via dei Transiti T28

 ED AVEVAMO GLI OCCHI BELLI
iniziativa in ricordo di Roma e Alfredo

presentazione "correnti di Guerra " di Marco Rossi
e "un odissea partigiana, dalla resistenza al manicomio"
di M.Franzinelli e di N.Graziano

a seguire APERICENA

domenica 23 aprile 2017

Quando il giudice è stato psichiatrizzato di Maria Catena Amato


Quando il giudice è stato psichiatrizzato di Maria Catena Amato

A distanza di anni, non so ancora chi forse in Cielo mi ha aiutata, ma se non avessi avuto quel barlume di lucidità, che all’epoca, contro tutti e contro tutto, mi fece scegliere liberamente e consapevolmente di risolvere i miei gravissimi problemi personali, senza alcun aiuto farmacologico e nessun supporto psicoterapico, non sarei ancora in vita.
Sono venuta a contatto con gli psicofarmaci e con il mondo della psichiatria, per caso, quando ignara di tutto, stavo preparando l’esame di diritto amministrativo alla Facoltà di Giurisprudenza di Palermo. Mio padre, violento in famiglia da sempre, alcolista da qualche tempo, finì in ospedale in gravissime condizioni per morirvi dopo pochi mesi. Io, per molti anni, fin da bambina, avevo abusato del cibo, all’interno della mia famiglia violenta e distruttiva, ingozzandomi ripetutamente.

Mi indirizzarono da coloro che, secondo molti, mi avrebbero aiutata in ogni caso. Primo dono: un pacchetto di ansiolitici, da prendere al bisogno, mentre, tentavano, in tutti i modi, di sottopormi ad una psicoterapia, non richiesta e non gradita, mentre la mia disperazione e la mia sofferenza crescevano ogni giorno di più. Mi rivolsi allo stesso operatore per più di un anno, senza alcun risultato, mentre le mie condizioni fisiche peggioravano ed il mio peso aumentava. Le cose non cambiarono quando andai altrove. Mi prescrissero psicofarmaci: dal Prozac, ad altri. Poi arrivarono i neurolettici, mentre cercavo di spiegare disperatamente, non ascoltata, a queste persone che con le chiacchiere non si esce dalla disperazione, specialmente quando in casa hai una madre totalmente invalida, senza risorse economiche, senza lavoro e senza futuro, anche con una laurea in Giurisprudenza, in terra di mafia! Mentre il contrasto fra le loro eccellenti teorizzazioni ed i miei principi e valori di vita, diveniva incolmabile. Ad un certo punto, finii in ospedale per “Impregnazione neurolettica.”
Ho rischiato di morire. Mi disintossicarono e gli specialisti psichiatri della clinica dove mi avevano portata mi chiesero come mai prendessi così potenti psicofarmaci e come mai me ne fossero stati prescritti per anni di tutti i tipi, visto, che, dopo un mese di osservazione all’interno della loro struttura, non avevano riscontrato in me alcuna patologia! Per loro ero perfettamente sana! Il problema dell’abuso del cibo era solo dovuto alle vicende distruttive familiari. Avevo semplicemente sfogato la disperazione sul cibo. Si poteva benissimo correggere con. un po’di serenità e di quiete, costruendo la mia vita. Ed allora tutti gli psicofarmaci prescritti?.. per quale patologia? Le domande sorgevano spontanee. Rifiutai ogni prescrizione farmacologia di neurolettici. Ritornai al Servizio dove mi volevano ancora somministrare altri psicofarmaci potentissimi, se avevo voglia di prenderne. Non ero certo guarita dalla mia gravissima patologia…poi, dissero a mia madre che potevo anche optare per un ricovero in ospedale, dove mi avrebbero sedata…Rifiutammo ogni tipo di aiuto. Ancora non ci rendevamo conto di cosa fosse successo. Incominciammo a richiedere la mia documentazione medica e le Strutture incominciarono a rifiutarcela. Mi rivolsi così all’avvocato presso il quale facevo praticantato legale. Con la minaccia di una denuncia, ci fornirono quanto richiesto e dovuto. Qual’era questo mio famoso malanno da curarmi a tutti i costi…o meglio, che desideravano così ardentemente di curarmi? Non ci è dato sapere… In una cartella avevo la personalità disturbata a vario titolo, patologie gravissime irreversibili (diagnosi postuma: sfornata al momento dell’intimazione legale!); in un’altra la bulimia. In un’altra ancora non avevo niente (ma gli psicofarmaci me li volevano dare lo stesso…Malata di che…?). Di una stessa struttura esistevano addirittura due copie di cartelle. Quale era la veritiera? Mistero…Però una cosa saltava agli occhi, evidentissima…avevo contestato… forse troppo…ribellandomi alle loro amorevoli cure…avevo fatto troppo di testa mia…pensato troppo…Di certo non mi avevano curata e neppure guarita…
Allarmati, visto che non riuscivamo a capire nulla, ci siamo rivolti ad un primario: il Professore Mario Meduri di Messina, che, dopo visita accurata e vari test di tutti i tipi, ripetuti presso un’altra struttura pubblica, con il medesimo risultato (Perfettamente sana!), mi disse che non avevo bisogno di psicofarmaci e che l’ingozzamento di cibo in tutti quegli anni, si chiamava bulimia, ed era dovuto ai problemi familiari.
Partì la denuncia verso la Magistratura. Senza soldi e senza perito, quello bravo e pagato bene, che metta in luce gli effetti distruttivi dei psicofarmaci e l’assurdità di certo sistema, non hai giustizia. Neppure in sede civile, perché la Giustizia in Italia ha un costo economico non indifferente, e noi non rientravamo neppure nel gratuito patrocinio, per pochi spiccioli! Non abbiamo neppure potuto proporre un giudizio di danni, anche qui il perito andava pagato, ante-causam ed in corso di causa. I reati, di falso in atto pubblico è difficile dimostrarli. L’esposto, dopo anni, fu archiviato per prescrizione. I reati di falso si erano prescritti! Nessuna considerazione nel merito. Nessuna giustizia per anni di inferno. La mafia dei colletti bianchi aveva vinto, come sempre…gli amici degli amici…Avanti un altro da distruggere! E’ forse scienza questa? Cosa sta succedendo?
In cura per cosa?...Ci siamo chiesti tutti, familiari ed amici…La “patologia del dissenso?” Per caso…visto che avevo avuto la felice idea di andare, come mio solito, a ficcare il naso dove non avrei dovuto e fare domande che non avrei mai dovuto fare…inopportune…contestatrici…
Quando rifiutai ogni aiuto ero distrutta fisicamente. Tutti gli psicofarmaci provocano danni collaterali, a cominciare dalla perdita della memoria, molto spesso indimostrabili, in un campo dove impera l’arbitrio. Il mio peso era di centotrenta chili ed oltre e i miei ormoni non rispondevano più.
Mi curò un medico ginecologo, il dottore Oriente Antonio, gratuitamente, al quale devo la mia vita e la mia salute.
I miei problemi personali legati al cibo, con il suo carico di sofferenza e di disperazione, li ho affrontato con l’aiuto prezioso delle persone che mi amano. Il resto è venuto da sé, dopo che ho chiuso per sempre con i veleni legalizzati e con qualunque tipo di approccio psichiatrico e similari. Abilitazione all’esercizio della professione legale e dal gennaio 2002 esercizio di funzioni giudiziarie onorarie presso il Tribunale di Patti, distretto di corte d’Appello di Messina, con all’attivo centinaia di Sentente e provvedimenti nel campo civile; dando così il mio contributo all’Amministrazione della Giustizia, crescendo umanamente e professionalmente, tra la stima e l’affetto dei Magistrati, dei colleghi e degli Avvocati. A tutti un grazie di vero cuore.
Presto ci sarà un sito: www.analistaanalizzato.it, dove raccoglierò la mia storia personale, con tutti i documenti storici connessi, per dare voce a chi non ha voce, attraverso questa mia opera prima, l’Analista Analizzato, edita dalla Casa Editrice Progetto Cultura 2003, e donare un forte messaggio di speranza alle numerose persone disperate che vengono sistematicamente distrutte nel tentativo assurdo di curargli sola la disperazione…”malati di niente!”

mercoledì 5 aprile 2017

14 e 15 Aprile a Torino e Milano

 
Il 14 e 15 al Paso di Torino ed Torchiera di Milano ci saranno dei concerti benefit per la ristampa di libri a tema anticarcerario ed antipsichiatrico che poi verranno inviati e distribuiti gratuitamente all'interno nelle carceri. In uno dei due libri c'è anche un intervento del Camap e per chi fosse interessato può richiederli qui https://editricecirtide.noblogs.org/ o potrà scaricarlo qui https://editricecirtide.noblogs.org/files/2015/03/psichiatria_web.pdf